Da chirurgo a ristoratrice: cambiare vita a 40 anni

Per diventare chirurgo ci vogliono dodici anni di studio. Dodici. Molto più di quanto la maggior parte di noi sia disposta a studiare, prima di poter finalmente cominciare a lavorare.
Per decidere di lasciare quel lavoro, a Tiziana è bastata una frase pronunciata dai suoi figli: “Mamma, non ce ne frega più niente dei bambini che devi salvare”. Dodici anni di studio e nove di lavoro, cancellati nel tempo di un respiro.

Oggi vi racconto la storia di Tiziana, mamma lavoratrice, separata ed ex chirurgo generale che, a quarant’anni esatti, si è tolta il camice e ha cominciato una nuova vita.
Oggi indossa un paio di sneakers fucsia, una t-shirt con una grande stella sul petto, i capelli castani raccolti in una coda, e dirige una trattoria (e che trattoria!) nel cuore di Milano. La sua è una storia di cambiamento di quelle che danno la carica, per davvero!

Ricominciare a 40 anni: come è possibile?

Sono le tre di notte, l’ennesima notte di reperibilità. Lo squillo del telefono la butta giù dal letto: c’è un’urgenza, bisogna operare. E allora dai, obbliga le tue gambe ad alzarsi, gli occhi ad aprirsi.
Convinciti che hai abbastanza energie in corpo e poi sussurra di aprirsi ai loro, di occhi.
Alice, dodici anni, e Alessandro, dieci, si alzano, prendono gli zaini di scuola, Tiziana li carica in macchina, li porta dalla nonna dove dormono ancora qualche ora e lei guida fino all’ospedale. E lì si comincia: la sala operatoria, l’adrenalina che ti tiene sveglia e l’attenzione a mille, perché i riflettori sono puntati su di te e non puoi sbagliare una virgola.

Ma come fanno i chirurghi?

Me lo chiedo sempre, sarà che ho sposato uno di loro e in certe sensazioni ci sono dentro di riflesso. Fanno fatica i chirurghi. Si preoccupano, con la testa e con il cuore – già, anche quello. Lavorano dodici ore al giorno senza neanche mangiare – succede, e neanche tanto di rado -, lavorano pure la sera a casa, perché non smettono di pensare. Vengono guardati come se dovessero salvare chiunque da qualunque malattia, sfidando anche il destino. Portano addosso un fardello che li logora eppure, nonostante questo, amano visceralmente la sala operatoria: è lì che vogliono stare.

Come si fa a lasciare un lavoro così importante?

“Devo andare a curare un bambino malato. Regalate un’ora della mamma per salvare un bimbo?
La risposta è arrivata, glaciale, all’unisono: “Non ce ne frega più niente dei bambini che devi salvare”.

Ecco come si fa.

“In quel momento ho capito che era troppo, la vita non funzionava più. Se lavoravo di giorno, tornavo a casa dai miei figli la sera e mi occupavo di loro. Se facevo il turno di notte, di giorno mi occupavo di loro e della casa. Dormivo poco, ero esausta. Il tempo per me era quasi inesistente, quello per il mio nuovo compagno anche. Allora sono andata in direzione e ho chiesto un anno di aspettativa. E proprio in quei giorni ho festeggiato i miei primi quarant’anni.”

L’occasione: un ristorante da rilevare

È la primavera del 2016. Il compagno di Tiziana è proprietario, da diversi anni, di un’autofficina e uno show-room. In mezzo alle due attività c’è un ristorante (che va male) e quando i proprietari decidono di venderlo, Tiziana e Lorenzo colgono l’occasione.

Esperienza nella ristorazione zero, passione per la cucina tanta, voglia di buttarsi? Tantissima!

“Abbiamo rilevato la trattoria. Io ho messo insieme ferie, maternità facoltativa e aspettativa: un anno, il tempo di provarci. Siamo riusciti a farla funzionare e dopo un anno ho dato le dimissioni.”

Lui è già un imprenditore, ha esperienza nel gestire un’attività, ma bisogna comunque rimboccarsi le maniche. Studiano, frequentano corsi di marketing, imparano a farsi conoscere, a curare la contabilità, a scegliere i fornitori, a capire come fare gli ordini. Assumono gli chef e i camerieri, mettono a punto il menu, riparano le sedie, comprano le piante.

“Per potare il glicine del patio ci ho messo tre giorni. Ho fatto tutto da sola.”

Dipingono i copertoni e li trasformano in vasi, alle pareti appendono cucchiai da cucina e attrezzi da lavoro, quelli dell’officina. Trovano un fil rouge: cibo, auto e moto. In teoria non c’entrano nulla insieme. In pratica: andate a vedere – e ad assaggiare!

Lanciano la Trattoria Bertamè, in via Lomonaco 13 a Milano. Dopo poco più di un anno sono al 70° posto su TripAdvisor, su oltre 6.600 ristoranti a Milano. L’ambiente è rustico, informale, creativo. Anche la cucina, mediterranea, è rivisitata in chiave creativa. Una porta più in là c’è l’officina. La vetrina accanto, all’angolo con Viale Lombardia, ospita lo show-room: uno spazio in cui si vendono moto d’epoca e oggetti di design, ma si organizzano anche eventi – come quello sul cioccolato o le letture al femminile in occasione della festa della donna.

La mia nuova vita

Io: “Com’è stato il tuo ultimo giorno di lavoro?”

T: “Ho fatto il turno di dodici ore, dalle 8 alle 20. Non sapevo se sarebbe stato davvero l’ultimo giorno, ho lavorato come sempre.”

Io: “C’è qualcosa che ti manca del tuo lavoro come medico?”

T: “La sala operatoria, tutto il resto no.”

Io: “Quali sono i vantaggi del tuo nuovo lavoro come ristoratrice?”

T: “Dormo nel mio letto tutte le notti! Quando il cellulare è spento, è davvero spento. Mi diverte occuparmi di tante cose: il ristorante, lo show-room, gli eventi che organizziamo… E poi ho la libertà di gestire il mio tempo, adesso vado io a prendere i miei figli a scuola.”

Io: “Lavori meno di prima?”

T: “Assolutamente no. Lavoro tanto. il ristorante è aperto a pranzo e cena, sette giorni su sette, non abbiamo un giorno di chiusura. L’impegno per gestirlo è notevole, ma ho più flessibilità di prima e più tempo per stare con il mio compagno e con i bambini.”

Io: “Come sono i tuoi orari di lavoro?”

T: “Al mattino lavoro in negozio, a pranzo al ristorante. Pomeriggio vado a prendere i bambini e sto con loro. La sera lavoro ancora al ristorante e a una certa ora torno a casa da loro. Sono impegnata, molto, ma l’attività è nostra. Lavoro con un altro spirito.

Io: “Come cambia la vita quando passi da dipendente a imprenditrice ?”

T: “Le difficoltà sono tante, anche perché in Italia le aziende che funzionano sono poche e non vengono sostenute dallo Stato, ma quello che conta davvero è perseverare e non mollare mai. Avere un progetto nella vita è fondamentale, e noi stiamo concentrando tutte le nostre energie per avere una qualità di vita migliore, per noi e per i nostri figli. E poi, il valore aggiunto è lavorare insieme per un progetto comune.

Io: “Se tornassi indietro di vent’anni, ti iscriveresti ancora a Medicina?”

T: “Sì. Ho sempre fatto quello che volevo, quando volevo. Non si può ragionare col senno di poi”

Io: “Sei soddisfatta?”

T: “Sì!”

Io: “Sei felice?”

T: “Oh sì!”

6 Comments on “Da chirurgo a ristoratrice: cambiare vita a 40 anni”

  1. Bella intervista e bella storia, curiosa e interessante e coraggiosa.
    E come siete belle insieme. Brave brave brave a entrambe

  2. Io ho appena compiuto 50 anni, sono un medico radiologo, 22 anni alle spalle in ospedale, in Italia, Olanda, Svizzera. Da aprile vivo in Gambia, Africa occidentale, dove ho ricevuto l’ennesima fregatura professionale. Capisco e condivido perfettamente Tiziana, sono ai ferri corti con la mia carriera, la mia stessa professione. Non voglio piú tornare in Italia, ma da tempo mi domando se la carriera di radiologo è quella che mi porterà alla vecchiaia o se, forse, qualcosa mi aspetta dietro l’angolo. E abbandonare la mia professione, nonostante tutto, non mi appare piú come una scelta terribile. Forse è proprio quello che faró, e non tra molto. Complimenti cara Collega Tiziana, un abbraccio sincero dal Gambia.
    Gianluca

    1. Ciao Gianluca, molti pensano che la scelta di fare il medico sia una vocazione. Lo penso anch’io, ma non per questo lo è per la vita. Ci sono tanti aspetti in gioco, che possono rendere la professione più complessa di quanto già non sia (penso che spesso i “problemi” vengano dai rapporti umani, dalla burocrazia e da chi gestisce strutture e ospedali).
      Ti faccio un grande in bocca al lupo, per il tuo presente e per il tuo futuro!

    2. Ciao Gianluca, come ti do ragione…qua sempre peggio, abbiamo lavorato insieme a VittorioVeneto. …io ne ho solo 11 di lavoro, ma sono già stufa con i casini che ci creano ogni giorno. Fare il medico è una vocazione, ma oggigiorno è diventato un martirio.
      Buona fortuna.
      Stefania

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