Essere una mamma single e fare carriera? Sì, è possibile.

Scoprire di essere incinta a ventinove anni, diventare una mamma single, scendere a patti con le tue paure, cercare casa per te e la tua bambina. Trovare lavoro mentre ti chiedi quale sarà la tua strada, provare lo smart working, fare una carriera che non ti aspettavi.

Ve la ricordate Deborah? È una mamma single con un lavoro manageriale. Qui su La Nuova Me ha già raccontato il suo percorso professionale e ha dato dei consigli pratici a chi vuole lavorare nel settore della ricerca clinica.

Oggi andiamo sul personale: facciamo un salto indietro nel tempo e torniamo al momento in cui tutto ebbe inizio. Perché adesso ha quarantacinque anni, una figlia di quindici e un lavoro che le piace.

Ma come ci è arrivata?

Quando è nata Sara, nel 2002, non ha potuto macerarsi nei dubbi che assalgono molte di noi (me compresa) di questi tempi: “L’asilo nido sì o no?”, “Passo abbastanza tempo con mio figlio?”, “Ah, se potessi avere il part time…”.

All’epoca lavorava come clinical monitor – seguiva progetti di ricerca clinica sui farmaci – ed era una libera professionista. Quindi niente maternità, né facoltativa né obbligatoria.

Il padre di sua figlia c’era (e c’è tutt’ora) ma non erano una coppia, Deborah viveva a Milano con i genitori e ben presto avrebbe preso un appartamento in affitto per cominciare la sua nuova vita da mamma single.

Lavorare (full time) non era un’opzione, era una necessità. Ma come riusciva conciliare famiglia e lavoro?

Io: – Dopo il parto hai ricominciato subito a lavorare?

Deborah: – Sì, dopo un mese.

Io: – Quando lavoravi, tua figlia con chi stava?

D: – Il primo anno con i nonni. Era soprattutto mia madre a prendersene cura, non la ringrazierò mai abbastanza. Il secondo ho iscritto Sara all’asilo nido, dalle otto del mattino alle sei di sera.

Io: – Hai mai avuto la sensazione di non passare abbastanza tempo con lei?

D: – No, questo no. I primi tempi fra l’altro lavoravo da casa, uscivo quando avevo appuntamenti, quindi riuscivo a passare più tempo con lei. All’asilo nido l’ho sempre portata serenamente.

Conoscete lo smart working?

Quindici anni fa era semplicemente “lavorare da casa”. Oggi si chiama smart working, in italiano lavoro agile: flessibile nei tempi e nei luoghi (e da quest’anno ha una nuova normativa nazionale). L’avete mai provato?

È l’ideale per chi sa organizzare la giornata in autonomia, gestire gli impegni e perseguire gli obiettivi anche senza un capo col fiato sul collo. Ma il rischio pigiama è dietro l’angolo: nessuno ti vede, allora ti piazzi in vestaglia e mollettone davanti al pc, un giorno dopo l’altro. Solo che cominci a sentirti trasandata e sola – perché nessuno ti obbliga a truccarti e vestirti bene, e per la pausa caffè non ci sono i colleghi.

Io: – Lavorare da casa è il sogno di molte madri. L’avevi chiesto e il tuo capo aveva detto sì?

D: – È stato un caso in realtà. L’azienda non aveva ancora una sede a Milano e lavorare da casa era l’unica possibilità per cominciare.

Io: – Ti piaceva?

D: – Era comodo. Ma quando l’azienda ha aperto finalmente un ufficio a Milano, ci sono andata di corsa.

Io: – Davvero?

D: – Lavorare da casa è molto solitario. In più, la mia casa era il mio ufficio, anche nel weekend. Ci sono stati periodi in cui non staccavo mai.

Io: – Se potessi tornare indietro e lavorare part time (stipendio permettendo), lo faresti?

D: – No. Il lavoro che facevo mi piaceva. Avevo una flessibilità che mi permetteva di stare con Sara, quando non potevo sapevo che mia madre si occupava di lei ed ero tranquilla.

Mamme lavoratrici: e se vado in viaggio per lavoro?

Io: – Ti capitava di viaggiare per lavoro?

D: – Sì, in Italia ma soprattutto all’estero.

Io: – Ti pesava lasciare tua figlia e partire?

D: – Vuoi la verità? A volte era un sollievo. Non fraintendermi, mi mancava quando partivo, ma per qualche giorno tornavo a essere più donna e un po’ meno mamma.

Immagino di estrapolare questa frase dal contesto e buttarla lì, in un gruppo di mamme su Facebook. Mi sembra già di vederli, i commenti. Quelli di sostegno: come ti capisco, anch’io viaggio, anche le mamme hanno bisogno di staccare. E quelli infuocati: ma come puoi dire che è un sollievo? Io non ho mai lasciato mio figlio un solo giorno in cinque anni. Eccetera.

Dove lavoro ci sono madri che nemmeno ci pensano a una trasferta. C’è chi non ha nonni-zii-tata, e deve cavarsela da sé. E chi dice no per questioni emotive.

Io me lo ricordo, il primo viaggio di lavoro da mamma: Shahriar aveva due anni e mi mancava, ma sentivo di nuovo l’adrenalina in corpo, quella che provo quando viaggio da sola – anche se, dopo cinque giorni lontana, l’ho riabbracciato con una gioia immensa!

Io: – Hai mai avuto paura di perdere il lavoro e non essere in grado di mantenervi?

D: – Sì. Infatti ho deciso di lasciare la libera professione per cercare un lavoro come dipendente e mi reputo davvero fortunata ad aver trovato un’azienda che tiene molto in considerazione l’equilibrio tra vita professionale e privata. Mi trovo bene, ma ho anche una stabilità che mi fa stare serena.

Io: – C’è stata un’evoluzione professionale e da qualche anno sei Clinical Operations Manager, giusto?

D: – Sì, mi sono messa in gioco e l’azienda mi ha dato la possibilità di cambiare ruolo, imparare, crescere. Ci è voluto molto impegno ma è una soddisfazione!

Io: – Ti sei mai sentita ostacolata per essere anche madre?

D: – Assolutamente no, nell’azienda per cui lavoro c’è davvero una bella atmosfera.

Io: – La cosa più bella che hai fatto per tua figlia?

D: – Essere mamma, ma anche amica.

Io: – Una cosa bella che fate insieme?

D: – Viaggiare, ogni volta che possiamo. Voglio che conosca il mondo. (E mentre pubblico questa intervista infatti, loro sono in vacanza a Minorca!)

Io: – Tornando a parlare di smart working, ti capita ancora di lavorare da casa?

D: – Sì, ma solo sporadicamente, se ho un’attività da portare a termine che richiede particolare concentrazione.

Grazie Deborah! Vi aspetto qui fra qualche settimana (sto per andare in vacanza anch’io) con le prossime storie di donne che ispirano le donne 🙂

Foto © Guido Lavizzari

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