Io, mamma single con un lavoro da manager

“Ho lavorato fino a due settimane dal parto e ho ricominciato un mese dopo. Sono favorevole agli asili nido, non so cucinare e non voglio il part time.”

Sembra il ritratto di una donna in carriera, workaholic e anche un po’ antipatica.
Invece Deborah ha una dolcezza disarmante, ha imparato a conoscere le sue insicurezze e sa che sul lavoro non bisogna mai smettere di imparare.

Oggi ha quarantacinque anni e una figlia di quindici. E’ una mamma single che concilia famiglia e lavoro, ha una professione che le piace, ha provato lo smart working prima di sapere cosa fosse e fa buon uso della leadership femminile.

Io: – Sei soddisfatta del tuo percorso professionale?

D: – Sì.

Io: – Se tornassi indietro, faresti la stessa cosa?

D: – Assolutamente sì.

Io: – E ora raccontaci: che lavoro fai? 

D: – Lavoro per un’azienda americana che si occupa di ricerca clinica. Testiamo l’efficacia dei farmaci sui pazienti, negli ospedali, per conto delle case farmaceutiche.

Io: – E tu di cosa ti occupi?

D: – Ho cominciato nel 2004 come clinical monitor: controllavo le fasi del progetto e mi assicuravo che le procedure venissero seguite correttamente. Poi sono diventata team leader e dal 2011 sono clinical operations manager, un ruolo più legato alla gestione delle risorse umane. Guido un team di quasi venti persone nel dipartimento Clinical Operations: mi prendo cura del loro percorso professionale, analizzo le performances e mi assicuro che raggiungano gli obiettivi. Sono anche istruttrice nel corso di formazione aziendale che prepara i futuri clinical monitor.

Io: – Sei una mamma lavoratrice (full time). Come fai a fare tutto?

D: – Ci provo! Quando Sara era piccola ho lavorato da casa per diversi anni, uscivo per gli appuntamenti e le trasferte. Meno male che c’era l’asilo nido! E mia madre è sempre stata di grande aiuto, anche quando ho cominciato a lavorare in ufficio.

Io: – Ti faccio una domanda scomoda. Tu hai un ruolo manageriale: quando un uomo si propone per un posto di lavoro, si accontenta di avere sei requisiti su dieci. Una donna, spesso, se ne ha meno di dieci rinuncia. È stato così anche per te?

D: – Non ne avevo dieci, ma avevo voglia di cambiare ruolo. Quando nel 2011 si è aperta la posizione di Clinical Operations Manager, nonostante l’insicurezza (perché c’è sempre!) ho fatto domanda. I primi due anni sono stati duri, non ho avuto una formazione vera e propria, è arrivata solo in un secondo momento. Però ho cercato di imparare il più possibile strada facendo, e lo faccio tutt’ora. Non mi sento mai “arrivata”.

Io: – In azienda ti hanno sostenuta in questo cambiamento?

D: – Ho avuto un buon mentore e due colleghe da cui ho imparato molto.

Io: – Ti metti in gioco?

D: – Sì, i miei punti deboli sono sempre messi alla prova! E quello che faccio mi porta spesso a dover uscire dalla mia zona di confort.

Io: – Ti piace il settore in cui lavori?

D: – Molto. Di recente abbiamo monitorato i test su un farmaco che cura l’epatite, che poi è entrato in commercio. Questo è molto motivante.

Io: – E il tuo lavoro quotidiano?

D: – Anche! Ho scoperto che mi dà molta soddisfazione supportare le persone e poter essere di aiuto. Poco tempo fa ad esempio, ho suggerito a una collega di partecipare a PharmaTimes. E’ un concorso internazionale di settore che premia i migliori, a seconda del ruolo che ricoprono. Adesso è fra i dieci finalisti! Ho intuito le sue potenzialità e lei ha sfidato la sua insicurezza: per me è una soddisfazione.

Io: – Un buon manager, come deve essere?

D: – Mi piace ricordare questa frase: “Non è solo l’azienda, è il manager con cui si lavora a fare la differenza”. Un buon manager non deve essere un capo che comanda. Deve essere un leader che sa guidare e fornire agli altri i mezzi per progredire. Io cerco di fare questo.

Questo è il momento in cui avrei voluto abbracciarla.
Avete presente lo stereotipo della donna in carriera? Quella che deve assomigliare a un uomo ma portare il tacco 12?
E lo stereotipo della mamma lavoratrice che vive per la carriera?
E quello della mamma lavoratrice che soffre sognando il part-time?
Deborah non è nulla di tutto questo.

Io: – La cosa che, sul lavoro, ti mette in crisi?

D: – Interagire con persone che hanno un atteggiamento conflittuale. Tenere testa, per me (che cerco di evitare i conflitti), è difficile.

Io: – Ci sono più donne o uomini nella tua azienda?

D: – La maggior parte sono donne. E’ un settore molto femminile.

Io: – Hai sempre voluto lavorare in questo campo?

D: – Assolutamente no! Mi piaceva l’inglese, volevo studiare lingue. Mio padre insisteva per il liceo classico. Estrassi a sorte e uscì lo scientifico. Lì m’innamorai della chimica, avevo una prof. eccezionale.

Io: – E poi?

D: – All’università ho scelto chimica farmaceutica (anche se mio padre voleva che studiassi medicina…). L’esame di chimica l’ho dato quattro volte, quello di fisica nove. Volevo mollare a un certo punto, poi ho capito come studiare e ho continuato.

Io: – Che lavoro immaginavi per te, dopo la laurea?

D: – Ero attratta dal settore della cosmetica. Non è stato così, ma parlo inglese tutti i giorni!

Io: – L’amore per le lingue è tornato allora… E come sei arrivata a fare questo lavoro?

D: – Per caso. Due mesi dopo la laurea, un’amica mi disse che c’era un annuncio e io inviai il cv.

Voglio fare il clinical monitor: cosa devo studiare?

D: – Senz’altro una facoltà scientifica, poi ci sono dei master specifici. Ma non bastano. Servono venti giorni di affiancamento con un clinical monitor senior, di cui almeno dieci in un centro (normalmente un ospedale) dove si fa ricerca clinica. A quel punto ottieni la certificazione e puoi lavorare.

Io: – Questo affiancamento, dove si fa?

D: – Ci sono aziende che offrono questa formazione ai neo-assunti, come l’azienda dove lavoro, ma è una delle poche.

Io: – E per diventare clinical operations manager, invece? Un’esperienza nel campo delle risorse umane, anche in un altro settore, può bastare?

D: – No, direi di no. Bisogna conoscere la materia “tecnicamente”, poi puoi arrivare a gestire un team.

Io: – Tre caratteristiche essenziali per fare il tuo lavoro?

D: – Saper comunicare bene, fare squadra e avere doti di leadership. E aggiungerei l’inglese, soprattutto se l’azienda è straniera.

Io: – Quando sei stanca, cosa di rilassa?

D: – Fare un giro in profumeria e comprare cosmetici!

Coming soon…

Io: – Quando hai scoperto di essere incinta avevi ventinove anni. Tu e il padre di Sara non eravate una coppia, e avevi appena cominciato a lavorare. Torni a trovarci e ci racconti com’è andata?

D: – D’accordo!

Sorride e mi dice che raccontarsi le è piaciuto, è stato quasi terapeutico ripensare a tutti questi anni e alle tante cose fatte. E io non potrei essere più felice.

Deborah allora torna, promesso. La prossima volta parleremo di come è cambiata la sua vita a trent’anni – e di smart working, paure e viaggi di lavoro nonostante un neonato -. Nel frattempo, se volete contattarla per info sul suo lavoro scrivete a me (elisa.lanuovame[at]gmail.com), vi metterò in contatto con lei.

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